Claudio Beccalossi, nato a Verona il 28 gennaio 1957,
giornalista pubblicista dal 1984.
Scrivo per i giornali dall'età di 13 anni (il mio primo articolo pubblicato
sul settimanale diocesano "Verona Fedele" trattava la guerra del
Vietnam).
Dopo aver diretto, fatto parte della redazione od aver collaborato ad una
ventina di giornali, dall'inizio del 2009 dirigo "L'Altra Cronaca"
(via e-mail). Opero, inoltre, come redattore di "Filofevoss" (mensile
della Federazione dei servizi di volontariato socio-sanitari) e quale collaboratore
di altre testate nei settori della cultura e della cronaca.
Sono fondatore e presidente dell'Associazione culturale economica Orizzonti
(Aceo) e dell'Associazione Scaligera Italia-Ucraina nonché direttore
del Circolo culturale Metamorfosi.
Ho scritto, tra l'altro, "Jan Langosz, musica e dintorni.", "Veneti
contro", "Bombardamenti a Verona", "Verona. Tra guerra
e pace", "I giorni dell'illusione" e "Io, Giovanna Deiana"
mentre è in fase di stampa "Caino e Abele nel KL Auschwitz".
Nel campo della poesia ho diffuso le raccolte "Origliando alla porta
del tempo", "Apparenti perfezioni svanite" e "Qualcosa
sull'amore", sono inserito in diverse antologie ed ho conseguito vari
riconoscimenti in concorsi non solo di poesia ma pure di narrativa e di giornalismo.
"Traspone in lirica il transito del tempo e delle emozioni scavate nell'intimo"
MULINO D'EPOCHE
Continua il disegno
superato l'ultimo santo,
quel Silvestro d'addio
a tutto ciò che è stato,
di volontà, d'inerzia.
di destino ruzzolato.
Il lasso d'anno costruito,
inventato dall'uomo
per ragionar in limiti
davanti a leggi sconfinate,
riprende a macinar giorni.
Il mulino d'epoche
lavora instancabile,
padrone e operaio
nell'infinito dell'universo.
Produce farina di vita
e dà, disperde la vita.
Il tempo compresso
in artificiali misure
è inezia del tempo
esploso nella sua notte,
quando imperava il nulla
e tutto non c'era.
Tutto fatto poi realtà,
per l'oggi verso il domani.
PER AMORE, PER GIOCO
(quando una parte prende l'amore per gioco)
Ci trovammo a spartirci
un unico sentimento
che pareva indivisibile
nell'apparente grandezza.
Ci dicemmo l'un l'altra
che l'eterno era nostro
e che nostro era il tempo,
oggi e domani e sempre.
Ci nascondemmo dal mondo
perché un mondo era già
quello da noi messo in piedi,
da noi popolato e curato.
Ma tutto crollò all'intoppo
del tuo fiero dire beffardo
che è un gioco la vita e,
con la vita, l'amor e l'amare.
Si punta e si vince o si perde.
Se tutto è per gioco, risposi,
non vale gioire e soffrire
in incerti giorni e notti.
Tutto è piatto nel gioco
più astruso e sottile e ghiotto
perché di gioco si tratta.
E il gioco non vuol lacrime
ma risate. Le liberatorie tue.
CALÒ LA NOTTE
Ti staccasti da me all'imbrunire.
Come una foglia nell'ultimo autunno
che, stanca, veleggia e plana a terra.
Per poi esser preda di distratti calpestii.
Non mi regalasti le lacrime d'un addio
e nemmeno l'ultimo abbraccio di rimorso.
Sciogliesti le vele al vento che credevi
propizio verso l'intravisto amore.
E non desti l'ultimo sguardo a riva,
a me ammutolito da piombata solitudine.
Decidesti il giusto tuo che ti spettava,
non la pietas dell'ancora menzogna.
Calò la notte nel cuore mio
e inutilmente le mani cercarono
il tuo conosciuto volto nell'oscurità
senza vie d'uscita o guide amiche.
Tutto e niente s'agitaron nella testa
e solo l'ultimo penetrante strale
accese fiammelle piccole nel buio.
Per illuminar appena quel
che comunque poi fu.
Il cancellato rimpianto
e altre pagine di vita nuova.
Scritte in bella copia a due mani.
Stavolta ben strette nell'aurora.
MITO DIVINO
(Apollo)
Imperator delle Muse,
dio unico per due orizzonti
di poesia e musica umane.
Apollo di romani e greci,
di mitologie continuate
su secoli d'ispirazione.
Su versi e note d'autori
destinati al tempo
perché nel tempo
non muoiono, mai.
A Delfi e Delo
vanno pellegrini
i naufraghi dell'idea
che non c'è,
dell'alloro cercato.
Magari rubando,
potando e frugando
la pianta sotto cui Apollo,
mito divino,
emise vagiti di forza gentile.
Già votata all'arco, alla cetra,
al tripode sacrificale.
Al protegger poesia e musica,
estri di bellezza superiore.
NEL TEMPO DEL DIMENTICAR
Smorte figure giunte
da ignoti lidi altrove
m'attorniano per farsi
dar l'identità mancante.
Struggenti mi fissano
e io sento il loro dolore
per non aver più un nome.
Le riconosco per chi erano,
rivedo l'esser che furono,
torno al passato comune.
E, poi, mi riprendo
il diverso presente irritato
per quell'apparir di volti
mesti, sgusciati fuori
da memorie lontane
che credevo ormai sepolte.
Nel tempo del dimenticar.
Rimangono ancora, invece,
e attendono l'impolverato
mio confidenziale
chiamarli, uno e tutti.
Nell'illusione di sopravviver
a silenzio e vuoto calato allora,
a interromper per sempre
le repliche del quotidiano.